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Ecco come le banche fanno fallire le Aziende (e ci perdono pure)

Non lasciano affatto ben sperare le ultime notizie che stanno per arrivare, se è vero come è vero che la relazione del commissario straordinario ha confermato l’istanza di un fallimento sul quale avremo ancora molto da dire in seguito, approfondendo una vicenda che per forza di cose dovrà essere letta anche sotto altri punti di vista, quelli di noi dipendenti, che purtroppo continuiamo ad essere le vere vittime sacrificali di tutta la storia. Nonostante infatti continuiamo ad essere lasciati a noi stessi tra l’indifferenza generale delle istituzioni e della maggior parte dei media, la nostra voglia di combattere ed andare avanti non è mutata, ed anzi si sta rafforzando giorno dopo giorno, fino almeno a quando non avremo risposta alle tante domande che ancora restano in sospeso. Intanto, proprio in questi giorni ci è tornata in mente una cosa, e ve la buttiamo lì…

In tempi non sospetti, era il 21 settembre del 2011 per la precisione, un grido d’allarme lanciato dal dott. Fabio Bolognini, amministratore delegato di Linker srl nonché ex vicedirettore generale di Unicredit Banca D’Impresa, passò probabilmente per poca attenzione da parte dei mass media sotto silenzio. In questi giorni, forse per caso ma neanche troppo,  le sue parole ci sono tornate alla mente risultandoci più attuali che mai, e vogliamo riassumerle a carattere generale per condividerle con voi, affinchè tramite queste righe possa nascere una riflessione costruttiva sul ruolo sempre più centrale che le banche hanno nelle alterne vicende che regolano la vita (o la morte in molti casi) delle aziende e di conseguenza il destino di migliaia di lavoratori.

Il punto di partenza del ragionamento di Bolognini sta nel fatto che, a suo dire, (cit. testualmente) “numerosi casi recenti di crisi di piccole e medie imprese mostrano che il comportamento delle banche, apparentemente ‘normale’ nel tentativo di ridurre i fidi, risulta nocivo per la sopravvivenza dell’azienda e autolesionistico per la banca stessa. Invece di sedersi allo stesso tavolo prima dell’insolvenza, gli istituti prestano ascolto solo dopo che la crisi finanziaria è esplosa”.

Secondo lui, però, una via d’uscita ci sarebbe. A suo avviso infatti “Una delle cause che spingono le Pmi verso l’insolvenza irreversibile è che il sistema bancario non ha lucidità e umiltà per cambiare alcuni meccanismi disfunzionali a cui si affida nella gestione del credito problematico. Le altre cause sono tutte nel campo dell’impresa: errori gestionali, mancanza di cruscotti, ritardi nel riconoscere e nel contrastare i sintomi della crisi. Il conto salato pagato da imprese e banche in questi anni di crisi lascerà un insegnamento, anche alle future generazioni di imprenditori. Ma quando si tratta di credito e di rapporto tra banche e imprese in crisi occorre agire adesso, per evitare altri danni.

Sono numerosi – continua l’ad di Linker srl –  i casi recenti di aziende in difficoltà che mostrano come il comportamento delle banche, apparentemente ‘normale’ nella sua logica di contenimento del rischio, sia in ultima analisi autolesionistico e privo di una visione strategica nel combinare gestione del rischio e impatto sul bilancio. Per giustificare un’affermazione così controversa mi affido al caso ipotetico di un’impresa con i tipici sintomi di crisi: calo o stagnazione del fatturato, margini ridotti, perdita di bilancio, debiti elevati rispetto al patrimonio, livello di insoluti in crescita, 7 o 8 banche con affidamenti. Un caso molto frequente. Con questo profilo l’impresa è o dovrebbe essere sottoposta a stretta sorveglianza da parte di tutte le otto banche, per effetto del suo rating non brillante e in peggioramento.

La linea gialla

Immaginate – spiega –  che esista una linea gialla invisibile che separa il comportamento delle banche in due fasi distinte. Varcare la linea gialla è normalmente sinonimo di pericolo. Nel caso delle imprese in crisi, però, per le stesse banche molte volte è  vantaggioso.

Nella prima fase, la maggior parte delle banche adotta individualmente una linea di contenimento o riduzione del rischio, che si traduce in un disimpegno graduale, con riduzioni unilaterali o concordate di affidamenti. Le banche marginali tentano solitamente un’uscita definitiva. La somma delle decisioni individuali e i rimborsi delle rate di finanziamenti-mutui sottrae liquidità all’azienda mese dopo mese. Mentre l’impresa si avvicina alla linea gialla ciascuna banca ritiene di avere agito in modo corretto e intelligente rispetto alle istruzioni creditizie, ma raramente si pone domande sull’effetto cumulativo.

La riduzione marcata dei fidi accordati, il diniego sistematico posto verso richieste di aumento dei fidi porta velocemente (3-4 mesi) l’impresa in situazione di non potere sostenere i fabbisogni di circolante, se non sacrificando i fornitori. In molti casi i fornitori reagiscono e bloccano le consegne se non vedono pagamenti in contanti, l’impresa si vede costretta a ridurre la produzione per mancanza di liquidità e tracolla. In questa fase, lo ricordo, le banche si muovono separatamente ciascuna con la segreta ambizione di essere più veloci nella ritirata delle altre. E se per caso l’imprenditore avesse capitali da immettere in azienda, non lo farebbe mai solo per soddisfare richieste di rimborso delle banche. Si ferma e usa i capitali nella fase 2.

Messa alle corde l’impresa non ha scelta: varca la linea gialla. Entrare nella fase 2 significa convocare tutte le 8 banche, spiegare che i soldi sono finiti senza troppa vergogna perché basta fare la conta dei fidi ritirati per capire il motivo e dividere le colpe.

A questo punto esistono solo due strade per assicurare continuità all’impresa: portare i libri in tribunale con una procedura di concordato preventivo sgravandosi dei debiti o invitare le banche a sedersi e discutere la ristrutturazione del debito. Il rapporto di forza si è completamente ribaltato a favore dell’impresa. Nel primo caso (procedura fallimentare) il danno alle banche sul credito è certo e molto grave (anche 90% in assenza di garanzie), nel secondo (ristrutturazione) il danno limitato ma rischi di insuccesso del piano.

Solo varcando la linea gialla l’impresa ottiene finalmente quell’attenzione negata dal sistema bancario nella fase 1. Le banche ora devono agire in gruppo, ascoltare il piano di ristrutturazione dell’imprenditore, valutarlo sotto la minaccia di un concordato che trasformerebbe un credito in bonis (su cui ci sono modesti accantonamenti) in una costosa sofferenza (90% di accantonamento). A prescindere dall’esito della partita, dai rapporti di forza e dalla validità del piano nella testa dell’imprenditore, si capisce che questo percorso è assurdo.

Invece di sedersi allo stesso tavolo PRIMA dell’insolvenza, banche e imprese si trovano a ragionare seriamente solo dopo che la crisi finanziaria è esplosa, in un contesto in cui aleggiano rischi penali e spettri di curatori e magistrati.

La fase di ‘contenimento’ del rischio basata su antiche regole impartite nelle direzioni crediti è in realtà l’anticamera di incagli e sofferenze quasi certe, le statistiche non mentono: questo sistema ha fallito e continua tuttora a fallire, quindi va rivisto. Le banche stanno facendo un autogol clamoroso nel non affrontare un vero progetto di ristrutturazione delle Pmi quando ancora fattibile. L’anonimato della Centrale Rischi è assurdo da questo punto di vista nel rallentare la formazione di un team di salvataggio. Le banche sbagliano a non consultarsi in tempo di fronte a un malato curabile, per ritrovarsi invece a votare l’adesione a un concordato davanti a un giudice fallimentare

Ma per Bolognini una soluzione ci sarebbe pure, e nel suo ragionamento chiedeva e si chiedeva, Come Uscirne?

I processi di gestione – spiega –  del credito problematico vanno rivisti, le attività di cura e prevenzione vanno potenziate con personale specializzato nel portare in salvo quelle imprese che in forza di dati oggettivi (piani, prodotti, clienti) hanno reali possibilità di superare la crisi e ripartire. Se i piani sono inadeguati le banche avranno pochi rimorsi nel decretare la fine del loro supporto all’imprenditore

Il salvataggio delle Pmi è uno dei temi che Confindustria, Abi e ministero per lo Sviluppo Economico devono mettere in agenda per fermare la costosa moria di imprese. Ricordo che le sofferenze del sistema sono arrivate a quasi 100 miliardi di euro e che rappresentano uno dei motivi di possibile declassamento delle banche da parte delle agenzie di rating. Tocca quindi alle banche fare un passo avanti e trovare approcci e soluzioni, lo Stato può solo fornire strumenti sussidiari per agevolare le ristrutturazioni. Confindustria può garantire da parte sua protocolli seri a cui gli imprenditori si devono attenere per ottenere aiuto dalle banche. È ancora un terreno accidentato e privo di regole sul quale innovare e migliorare è possibile nell’interesse di tutti, tranne forse quello degli studi legali che hanno trovato in questi anni un nuovo e profittevole business.

La posta in palio, visto che si parla spesso di crescita del Pil, è elevata. I costi della crisi che vanno ridotti (impossibile eliminarli) sono in alcuni numeri: 40 miliardi di debiti verso fornitori non saldati causa fallimento, oltre 200 miliardi di crediti tra incagli e sofferenze nelle banche, penso che si debba spendere qualche goccia di sudore per provarci

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Un commento su “Ecco come le banche fanno fallire le Aziende (e ci perdono pure)

  1. Questo Dottor Bolognini deve urlare più forte

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