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Leggete Qui: un ex fornitore ci scrive per svelarci una cosa incredibile: “Noi fatti fallire per pagare banche e consulenti!”!”

Riceviamo e pubblichiamo (lettera firmata)

Quasi un anno fa, per la precisione il 27 Marzo 2011, veniva dichiarato con sentenza del Tribunale di Roma il fallimento della Dimafin S.p.A., holding del Gruppo Di Mario, e con essa di altre 9 società facenti parte del Gruppo, tra le quali la Dima Costruzioni S.p.A., core business del Gruppo stesso. Nel periodo immediatamente precedente la dichiarazione di questi fallimenti, a capo della Dimafin c’era il Dott. Egidi, noto esponente dell’imprenditoria italiana, che era stato formalmente nominato Amministratore Delegato della holding il 4 Gennaio 2011, su espressa volontà degli Istituti bancari, che da tempo lo avevano precettato per la carica, istituti nei cui confronti le società del Gruppo Di Mario erano esposte per cifre molto ingenti. Quello che ci stiamo domandando noi – che eravamo i fornitori e i subappaltatori della Dima Costruzioni e che, ovviamente, siamo stati enormemente danneggiati dal fallimento della società –  è se questo signore, il Dottor Egidi e gli altri professionisti che hanno avuto un importante ruolo in questa vicenda, abbiano svolto il proprio ruolo correttamente, se abbiano tutelato o meno i nostri interessi e quelli dei dipendenti della Dima Costruzioni, tenuto conto che la legge e la deontologia professionale impongono che l’incarico assunto venga svolto con diligenza e trasparenza. Questi i fatti: il 4 Gennaio 2011 il Dott. Egidi, come detto, veniva nominato Amministratore delegato, pochi giorni dopo, esattamente il 10 Gennaio 2011 la Dima Costruzioni aveva in scadenza cambiali per circa 3 milioni e mezzo di euro, cambiali rilasciate in pagamento a noi fornitori e subappaltatori. Sappiamo per certo che la Società disponeva di un saldo attivo di circa 1 milione e 200 mila euro e che in più c’era una previsione di incasso per diversi milioni di euro. Eravamo quindi sicuri che le cambiali emesse in nostro favore sarebbero state pagate, dato che la disponibilità in cassa e quella realizzabile da lì a poco, era di gran lunga superiore al debito cambiario in scadenza il 10 Gennaio.

Inoltre, Raetia, un importante fondo immobiliare con il quale Dima Costruzioni aveva un grande contratto di appalto, aveva nel frattempo pagato a Dima Costruzioni  circa 6 o 7 milioni di euro. Il Dottor Egidi decise di utilizzare quei denari per far rientrare Unicredit,  invece di pagare le cambiali in scadenza e così le nostre cambiali sono andate tutte in protesto. Questa decisione, oltre al danno evidente e immediato causato a noi fornitori e subappaltatori, ha avuto un’altra nefasta conseguenza. Infatti, di lì a pochi giorni erano fissati i rogiti di circa 100 appartamenti facenti parte del complesso immobiliare della Borghesiana realizzato dalla Dima Costruzioni, però il notaio incaricato, constatato che la Dima Costruzioni risultava protestata e che gli acquirenti avrebbero stipulato dei mutui per l’acquisto degli appartamenti, non diede seguito alle stipule il che provocò un danno economico, per mancato incasso, di diversi milioni di euro. Dopo il protesto delle cambiali, il Dottor Egidi sentenziava che  la Società non aveva la possibilità di proseguire la propria attività perché finanziariamente non aveva le risorse per fronteggiare i pagamenti dovuti. Questo senza tener in alcun conto che noi fornitori e subappaltatori  ci eravamo dichiarati  disponibili a stralciare ovvero a congelare i nostri crediti   purché la Dima Costruzione potesse continuare la sua attività e questo non per filantropia, ma perché ben sapevamo che gli immobili in costruzione erano già tutti venduti e che, man mano che venivano finiti, sarebbero stati consegnati e quindi la Dima Costruzioni avrebbe incassato i denari per poterci pagare. Questa prospettiva era per noi decisamente migliore rispetto all’odissea di un fallimento.   Invece Egidi ha preferito, d’intesa con i suoi manager nel frattempo incaricati, soluzioni diverse che, nei fatti, hanno determinato il fallimento della Dima Costruzioni e delle altre 9 società del Gruppo Di Mario. Successivamente alla dichiarazione di fallimento, gli organi della procedura fallimentare non hanno optato per un esercizio provvisorio che avrebbe permesso il completamento dei cento appartamenti del complesso immobiliare della Borghesiana, nonché la possibilità per la Dima Costruzioni di incassare qualche milione di euro. Hanno optato, invece, per la risoluzione dei contratti di compravendita degli appartamenti, autorizzando nel contempo la Generali S.p.A. a pagare le polizze fideiussorie a suo tempo stipulate in favore degli acquirenti. La stessa situazione si è verificata  anche in merito all’iniziativa di Fiano Romano, dove Dima Costruzioni aveva un contratto di appalto con Italease del valore di qualche milione di euro. Finanche con riguardo a detta iniziativa si è deciso di bloccare tutto, ed alla Dima Costruzioni è venuta meno anche un’altra possibile fonte di incasso, e non si è invece minimamente considerata la possibilità di procedere con un affitto di ramo d’azienda; il che avrebbe permesso di tenere aperto il cantiere continuando così a far lavorare gli operai e i subappaltatori. Un’altra vicenda a noi poco chiara è quella relativa al fallimento della Belchi S.r.l. nei cui confronti la Dima Costruzioni vantava degli ingenti crediti: perché per tali crediti non si è fatta istanza di inserimento al passivo? E così un importante immobile di proprietà della Belchi, invece di essere utilizzato per pagare pro quota tutti i creditori della società e quindi anche la Dima Costruzioni,  è stato  assegnato d’ufficio a Unipol Banca, senza vendita all’incanto e sulla base di perizia al ribasso del 40% (in pratica gli è stato attribuito il valore che aveva circa 30 anni fa). Peraltro, ci risulta che le casse della Dima Costruzioni, siano state irrimediabilmente prosciugate per pagare le salatissime parcelle dello stuolo di professionisti e consulenti a vario titolo incaricati, e questo in spregio a noi fornitori e subappaltatori e alle centinaia di dipendenti delle varie società del Gruppo che dovevano ancora  percepire gli stipendi di Gennaio Febbraio e Marzo 2011.

Allo stato, dunque, sembra che curatori e professionisti incaricati hanno percepito, e/o stanno percependo in prededuzione parcelle di tutto rispetto, mentre noi fornitori e subappaltatori, a causa dei mancati incassi, rischiamo a nostra volta di fallire.

A questo punto, la domanda che ci si pone è se le operazioni di pagamento poste in essere prima e successivamente al fallimento abbiano o meno alterato il meccanismo della par condicio creditorum, ed i pagamenti ai quali in particolare ci si riferisce sono quelli eseguiti in favore degli istituti di credito.

Non solo, ma se dovesse effettivamente risultare violata la par condicio creditorum a quali organi va attribuita la responsabilità?

Altra riflessione, altrettanto sconcertante riguarda gli Istituti Bancari che hanno avuto un ruolo fondamentale nell’intera vicenda: era a tutti noto che noi fornitori e subappaltatori da circa due  anni venivamo pagati dalla Dima Costruzioni con  effetti cambiari. Addirittura nell’Ottobre 2009 venivamo invitati a partecipare ad una riunione  all’Hotel Selene di Pomezia: sul palco sedevano Raffaele Di Mario, socio unico del Gruppo, il Dottor Bianchi e l’Ingegnere Forghieri di Alvares & Marsal (abbiamo poi saputo che questi signori, imposti anch’essi dagli Istituti Bancari, percepivano un compenso di 30 mila euro a settimana, oltre a vitto e alloggio e spese di trasferta!). In quella sede il Signor Di Mario si limitò a presentarci il Dottor Bianchi come la persona incaricata dalle Banche a gestire la finanza del Gruppo, e ci comunicò formalmente che da quel momento lui non si sarebbe più occupato della gestione finanziaria. Il Dott. Bianchi confermò questo suo ruolo spiegandoci che il suo mandato era di proseguire gli sviluppi in corso, e ci disse, in particolare, che i pagamenti avrebbero dovuto essere  caso per caso rinegoziati e da liquidarsi solo a mezzo di effetti cambiari  a 180/210 giorni a maggior garanzia della riqualificazione dell’esposizione commerciale. Ora, alla luce di quanto accaduto, ci sentiamo ingannati dalle banche e dai loro consulenti. Per noi c’è stata una duplice perdita; in primo luogo, facendoci credere nell’opera di risanamento della Dima, grazie proprio alla dilazione dei pagamenti nei confronti di noi fornitori, questi signori ci hanno indotto ad accettare le cambiali ed a portarle allo sconto in Banca, secondo poi ci hanno persuaso a proseguire i lavori.

In tal modo, oltre a non ricevere i pagamenti che ci erano stati promessi dal Dott. Bianchi, abbiamo anche subito i costi degli ulteriori lavori.

Quindi, dalla lettura degli  ultimi tre esercizi della Dima Costruzione appare evidente che il sistema bancario è parzialmente rientrato della sua esposizione chirografa a danno del debito di natura commerciale a noi riconducibile.

Solo oggi, dopo 11 mesi dal fallimento della Dima Costruzioni, ci siamo resi conto di un fatto: i cantieri della Dima Costruzioni con sede a Pomezia, Roma e Teramo sui quali esisteva fin dall’inizio un’ipoteca in favore della Unicredit che aveva finanziato l’acquisto dei relativi asset, sono stati realizzati con le risorse proprie del Gruppo Di Mario e, ci sentiamo di dire, con i nostri sacrifici Ciò in quanto Unicredit, dopo aver finanziato l’acquisto, non ha per contro finanziato lo sviluppo delle medesime iniziative; ciononostante ha preteso di aumentare la propria garanzia ipotecaria, il tutto ovviamente  a nostro scapito.

Un ultimo aspetto oscuro riguarda lo spostamento delle sedi legali di tutte le Società del Gruppo di Mario, che sono poi fallite, da Pomezia a Roma. Ci risulta che questa scelta sia stata suggerita dai tanti consulenti, emanazioni e persone di fiducia delle Banche, in modo di poter presentare  l’istanza ex Art. 182 bis, Legge Fallimentare al Tribunale Fallimentare di Roma e non a quello di Velletri, nella cui competenza territoriale ricade Pomezia.  Il Professor Dello Strologo, il Professor Lacchini, lo Studio Fontana e l’Avvocato Sanasi sono quelli che hanno caldeggiato lo spostamento di sede legale. Per altro questi signori non avevano considerato che il trasferimento della sede legale intervenuta nei dodici mesi antecedenti alla sentenza dichiarativa di fallimento è ininfluente ai fini della competenza territoriale che rimane appannaggio del Tribunale originario. Questo vizio di incompetenza territoriale non è stato assolutamente rilevato anche dal Tribunale Fallimentare di Roma.  Alla luce di come sono andate le cose, la scelta di cambiare la sede delle Società e, quindi, il tribunale di riferimento, non ha certo giovato le Società del Gruppo Di Mario, ed al signor Di Mario stesso, ma forse ha giovato molto ai signori che questa scelta avevano suggerito.

Lasciamo all’opinione pubblica valutare i fatti esposti.

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