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Fallimento DIMA, un anno dopo

Articolo tratto da http://www.pomezianews24.com

Era il 7 aprile 2011 quando la notizia fece in breve il giro di tutte le agenzie ed il giorno dopo occupava spazio nelle pagine della cronaca nazionale e locale: maxievasione da 26 milioni, in manette  il costruttore edile Raffaele Di Mario, originario di Isernia ma residente a Roma. Gli affari della “sua” Dimafin furono allora bloccati dalla Polizia Valutaria, poiché secondo gli inquirenti della Procura di Roma, il Gruppo – che per altro era stato dichiarato fallito in tribunale qualche giorno prima ovvero il 29 marzo – aveva omesso il pagamento di imposte per 26,6 milioni di euro sui guadagni derivanti dalla vendita del “Dima Shopping Bufalotta”, lo shopping center che la Niccodemi, controllata della Dimafin, aveva venduto per 108 milioni a Banca Italease. Tale provvedimento portò a cascate conseguenze anche altrove, gli uomini della Guardia di Finanza perquisirono e sequestrarono infatti beni immobili anche a Pomezia, considerata uno dei centri dell’impero di Di Mario, con il blocco delle attività di costruzione del Parco della Minerva.Blocco che val la pena ricordare ha generato un profondo e grave stato di crisi per un migliaio di persone tra dipendenti diretti ed indotto, oltre che per centinaia di famiglie che stavano trattando l’acquisto di un’abitazione nel nuovo quartiere di Pomezia. Sono passati ormai dodici mesi da quel giorno, e mentre a Raffaele Di Mario, dopo oltre tre mesi di carcere, sono stati concessi gli arresti domiciliari in attesa dello svolgimento del processo, per i  lavoratori e gli acquirenti del Parco della Minerva solo ed ancora tanti disagi ed un futuro incerto. A pesare su questa vicenda i tanti dubbi sollevati proprio da quelle migliaia di persone che direttamente o indirettamente vivono ancora oggi questo dramma. Dubbi che hanno guidato l’attività di protesta che da mesi ormai lavoratori ed acquirenti portano avanti a testa alta e toni forti. Non ultimo l’esposto denuncia presentato tre settimane fa proprio contro i poteri forti di quelle banche che – secondo quanto si legge nell’esposto – avrebbero condotto al fallimento il Gruppo senza utilizzare normative e leggi che avrebbero potuto salvare e salvaguardare i diritti dei lavoratori, non rispettando in sostanza il piano di risanamento aziendale ex art. 67 della legge fallimentare Le Procure di Roma, Velletri e Perugia sono oggi al lavoro per rimettere in piedi i tasselli di quella che l’avvocato dei lavoratori Alberto Veccia ha definito “un vero e proprio progetto criminale. Progetto attuato da una casta silenziosa che non conosciamo ma che siamo certi esista”. Qualche passo avanti sembra essere stato registrato tano è vero che alla fine dello scorso mese di marzo è giunta notizia dell’invio, da parte della Procura di Roma, di  5 avvisi di garanzia a vertici di istituti di credito. L’ipotesi è quella di bancarotta preferenziale. Secondo quanto si è appreso, in parole semplici, ci sarebbero state pressioni da parte di istituti di credito sull’imprenditore fallito (Raffaele Di Mario) finalizzate alla restituzione dei mutui milionari. “L’indagato del crac romano – si legge su un articolo apparso su un giornale di Teramo – avrebbe quindi distratto fondi del fallimento destinati a creditori privilegiati per soddisfare le banche”. Quale sarà il passo successivo, quale altro risultato porteranno a casa gli ex lavoratori, operai, fornitori ed appaltatori? Ci vorrà ancora un po’ di tempo ma certamente, ne è certo l’avvocato Veccia, la protesta di queste centinaia di persone troverà risposta e finalmente anche giustizia.

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