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Crac Di Mario, banche «consapevoli» Sequestrati 31,6 milioni a tre istituti

Per la procura Unicredit, Italease e Tercas hanno concesso prestiti pari a 42 milioni pur sapendo che le società del costruttore non erano più affidabili

Articolo tratto da il corrieredellasera.it 

ROMA – Per ora la Finanza ha sequestrato 31,6 milioni di euro, ma si indaga su altri 11. Sono i soldi che il costruttore Raffaele Di Mario, invece di pagare l’Iva allo Stato, avrebbe versato alle banche creditrici, in modo da ripianare i debiti e ottenere altri prestiti. Secondo l’accusa gli istituti di credito sapevano che l’impero dell’imprenditore molisano era traballante e perciò adesso 20 dirigenti e funzionari sono indagati per concorso in bancarotta. Il Nucleo valutario, guidato dal generale Leandro Cuzzocrea, ha bloccato quasi 13 milioni a Unicredit, poco meno di 8 alla Italease, oltre 8 alla Tercas e più di 2,5 alla società di factoring Factorit spa.

ASCESA E CADUTA – Di Mario, spuntato dal nulla, è diventato noto nel 2004, quando ha comprato per 34 milioni Palazzo Sturzo, la storica sede della Dc. L’ascesa sembrava inarrestabile e invece, nel giro di pochi anni, è arrivato il naufragio: ad aprile 2011 il costruttore è finito in carcere dopo un crac da 52,5 milioni che ha lasciato migliaia di dipendenti senza lavoro. I sequestri disposti dal gip Vilma Passamonti sono lo sviluppo dell’inchiesta cominciata con l’arresto dell’imprenditore: fra i manager indagati c’è Antonio Di Matteo, ex direttore generale della Tercas, finita nel mirino di Bankitalia e commissariata il 30 aprile scorso dal ministero dell’Economia «per gravi irregolarità e violazioni normative ai sensi del Testo unico bancario».

UN BUCO DA 800 MILIONI – Il buco, in realtà, sarebbe di 800 milioni. Una voragine, che fa capire come Di Mario non abbia più potuto fare a meno delle banche. Stando alle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Nello Rossi e condotte dai pm Giuseppe Cascini, Maria Sabina Calabretta e Francesca Loy , l’operazione sfociata nei sequestri di mercoledì risale a più di tre anni fa: è dicembre 2008 quando alcune società che fanno capo alla Dimafin, la holding del costruttore, costituiscono il fondo comune di investimento Diaphora 1, gestito dalla Raetia Sgr, in cui confluiscono immobili e terreni. Dentro ci sono anche Palazzo Sturzo e il centro commerciale «Dima Shopping Bufalotta», vicino al più noto «Porta di Roma». A questo punto l’Iva generata dalle cessioni al fondo, invece di essere versata al fisco, viene dirottata alle banche. E gli istituti di credito, che l’accusa ritiene consapevoli del raggiro, concedono nuovi finanziamenti pari a 42 milioni. I soldi non vengono versati al gruppo, «noto ormai come cattivo debitore», ma alla Raetia Sgr, che essendo appena nata ha un curriculum immacolato.

Lavinia Di Gianvito

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